Pensieri a progetto.

Succede questo nel nostro paese.
Succede che c’è una giornalista di 39 anni che entra in sciopero della fame. Non mangia più, perché quello che deve mandare giù è un boccone veramente troppo amaro.
Paola Caruso è una giornalista e collabora da 7 anni col Corriere della Sera. Sia chiaro, non collabora come lo farebbero i vari Paolmbelli, Costanzo e compagnia cantante. Paola da 7 anni ha dei contratti co.co.co (o co.co.pro, o come hanno deciso di chiamarli) annuali con il giornale, non perché abbia scelto così, perché lei abbia un altro lavoro o altro. No ha questo tipo di contratti perché ormai di contratti di lavoro subordinato (determinati o indeterminati) non se ne parla neanche per sogno.
Succede che un giornalista col contratto a tempo determinato lascia il Corriere, si libera un posto e Paola (e con lei altri giornalisti nella stessa situazione) spera che ora tocchi a loro. E’ un semplice contratto a tempo determinato al desk, nulla di che. Ma è un contratto subordinato. Ferie, malattie…. tutte quelle cosine che dai quasi per scontato quando entri nel mondo del lavoro, ma che poi impari che non esistono davvero.
Però no, quel posto non va a Paola, non va ad altri collaboratori del Corriere. Va ad un ragazzo, appena arrivato dalla scuola di giornalismo.
Ecco, qui parte tutto. Qui inizia lo sciopero della fame e della sete di Paola, non ci sta. Forse realizza che il contratto subordinato non arriverà mai. Forse è l’ennesima batosta che non riesce a digerire. Racconta la sua storia nel suo tumblr, ne scrive su twitter, partecipa ad alcune discussioni di FriendFeed e così la reta conosce la sua storia. E si mobilita.
Come ogni volta in cui ci sono storie del genere ci sono prese di posizioni diverse. Chi a favore, chi contro.
C’è chi sostiene che la protesta di Paola è inutile, perché tanto quel posto non le spetterebbe di diritto. Quella di assumere qualcuno tra i collaboratori esterni non è un obbligo del giornale, può assumere chi vuole. C’è chi dice che il posto della discordia non spetterebbe a lei, perché non è un posto con mansioni diverse dalle sue. C’è chi dice: “Embé, perché dovrebbe andare a lei e non ad un ragazzino, magari è più bravo”….
Insomma, le solite cose.
C’è un però. C’è una cosa che esula dal caso singolo di Paola. C’è che con questo gesto si è messo sul piatto un tema che va ben oltre il caso della giornalista.
Anzi, i temi sono 2. Uno riguarda l’informazione e l’altro noi, in generale.
L’informazione: ma se uno collabora per 7 anni con una redazione, senza mai essere assunto organicamente, che prospettive può avere? Come faccio io, lettrice, ad essere certa che questo poveraccio non finisca per “vendersi” al miglior offerente e vada così a benedirsi l’informazione neutrale? (come se poi esistesse sul serio, ma diciamo un’informazione quantomeno il più possibile libera e pulita).

Poi, a parte, c’è il tema di una, ma forse anche 2, generazioni che stanno iniziando a capire, seriamente, che a noi il posto fisso non tocca. Un posto fisso, inteso come tutele, garanzie, prospettive. Iniziamo a capire che tutti quei diritti per cui i nostri padri e i nostri nonni si sono battuti, oggi ce li stanno sfilando pian pianino da sotto i piedi, come se nulla fosse.
Ecco, al di là del caso singolo c’è questo. Ci siamo noi, generazione a progetto, a cui i progetti vengono, però, negati. Perché spiegatemelo voi con questo tipo di contratti che durano un anno, se va bene, come puoi progettare qualcosa. C’è il tema di una guerra tra poveri, perché in questo episodio da una parte c’è una ragazza che ha 7 anni di contratti a progetto alle spalle, dall’altra un ragazzo che sogna di fare il giornalista e a cui è stata data l’opportunità di entrare in quel mondo (opportunità data, probabilmente, in virtù di una convenienza economica per il giornale).
Seriamente, mettetevi nei panni di un ragazzo, magari con lo stipendio riesce pure ad andare via da casa. Però poi magari vorrebbe prendere una macchina, ma con quel contratto, manco Paperino ti accetta un finanziamento, se non con la firma di mamma e papà come garanti.
Poi provate a essere una ragazza, provate a pensare che magari, in un futuro, vorreste mettere su una famiglia. Ecco, con la prospettiva di contratti a progetto, come fate ad immaginare i mesi della gravidanza e i primi mesi del piccolo? Non esiste la malattia nei contratti a progetto, figurarsi la maternità! Quindi o avete la fortuna di fare un lavoro che si può fare anche da casa, o avete trovato un compagno abbastanza ricco da permettervi di stare a casa o il vostro titolare è “magnanimo”.
Ecco, io non voglio dover confidare nel trovare quello ricco che ti sistema, e allora puoi lavorare per hobby, né confidare nella bontà di un titolare. Non è giusto, perché io le tasse le pago sul mio lavoro, le pago anche per queste tutele, che devo avere, perché ne ho diritto, non perché qualcuno decide di concedermelo.
Ecco io credo che la storia di Paola debba far pensare a questo. Al di là delle ragioni del singolo. Questo paese ha intenzione di fondare il proprio futuro sulla precarietà del futuro dei suoi cittadini.

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