Quel che ti resta dentro

Si avvicina a me per chiedere una cosa di lavoro. Ma mentre si avvicina mi dice “A tu, la ragazza col bellissimo pendente”.
Il pendente in questione è una chiave di violino comprata da un artigiano a Torino. L’ho vista sul banchetto e me ne sono innamorata.
 Così mi chiede “Suoni?”. Do la solita risposta, sorridendo “Il campanello”.

Ma lui intercetta quel secondo in più che ci metto sempre a rispondere a questa domanda. E lo capisce “rispondi come chi per un certo periodo ha suonato. Si vede, è una cosa che ti resta dentro. Smetti, ma l’amore per la musica resta dentro di te”.
Mi guarda premere i tasti del computer e indovina anche lo strumento che suonavo, il pianoforte. “Hai la velocità e l’agilità di chi ha attraversato la tastiera”. Così tutti quegli esercizi di virtuosismo che mi hanno fatto fare e rifare l’intera sequenza di tasti neri e bianchi per infinite volte (e che, sotto sotto, mi piaceva molto), mi ha lasciato il fascino di vedere le dita muoversi e volare sui tasti e la velocità nello scrivere al computer.
E ci ripenso. A come sia vero. Ho studiato musica e pianoforte per 5 anni. Non sono una suonatrice vera, mi sono fermata presto. Ma conosco la musica, la melodia e l’armonia. Il pianissimo e il fortissimo. E questo, evidentemente, lo porti dentro.
E mi piace.

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