Questione di percorsi

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Un appello a tutti gli architetti impegnati nell’ideazione delle nuove stazioni (alta/ media/bassa velocità), chi arriva in stazione deve fare una cosa: prendere un treno.  Molte volte si arriva in stazione all’ultimo momento. Per cui rendere le stazioni un moderno labirinto del Minotauro non è un ottimo servizio. 
Stessa cosa vale per quando scendiamo dal treno. Molte volte abbiamo fretta di arrivare in ufficio, a una riunione, un appuntamento o di riabbracciare i nostri cari. Non cercare di capire quale corridoio ci porterà fuori.
E voi. Voi che poi vi dovete occupare della manutenzione e del decoro delle stazioni. Che vi costa mettere delle indicazioni chiare? Perché matematicamente arrivo sul piazzale sbagliato?
E no. Non venitemi a parlare dell’ansia frenetica di uscire per andare a riunioni, uffici etc. Perché il tempo libero è mio e lo gestisco io. E no, non credo mi faccia bene girare nei corridoi bianchi e vuoti di una modernissima stazione,  come ub pacman col joystick rotto.

Tutti gli uomini del presidente

In questi giorni siamo in pieno “datagate“. Obama ha una bella gatta da pelare.
Noi lo chiameremmo “datopoli” probabilmente, sull’onda di “tangentopoli”, “parentopoli” e tutti gli altri scandali italiani i degli ultimi decenni. Al di là dell’oceano sono affezionati al suffisso -gate.
Tutto prende il via dall’inchiesta dei due giovani cronisti del “Post” sullo scasso alla sede centrale del comitato del Partito Democratico nel complesso “Watergate”. Da lì fu storia (l’inchiesta portò alle dimissioni di Nixon), e scuola del giornalismo d’inchiesta.

Anni fa tra le bancarelle romane scovai il libro che racconta l’inchiesta. Alla Modica cifra di 2€ mi sono portata a casa un pezzo di storia. Che rileggo spesso.



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Inizia così.

“17 giugno 1972. Le nove di un sabato mattina. Un po’ presto perché squillasse il telefono. Woodward trovò a tastoni l’apparecchio e si svegliò di colpo. Era il capocronista del “Washington Post”. Uno scasso nella sede del partito democratico durante la notte; cinque uomini, armati di apparecchiature fotografiche e di dispositivi elettronici, erano stati arrestati. Poteva fare un salto al giornale? Woodward, che lavorava al “Post” da appena nove mesi, era sempre in attesa di un buon servizio per il sabato; ma anche stavolta, a quanto pareva, gli era andata male.”

La descrizione dei due cronisti.

“Woodward cominciò a fare qualche telefonata, ma quasi subito notò che anche Bernstein, uno dei due cronisti del giornale che si occupavano della Virginia, stava lavorando sulla faccenda dello scasso.
Oh, Dio! Proprio Bernstein, pensò Woodward, ricordando ciò che aveva sentito raccontare un giro sull’abilità con cui il collega sapeva mettere le mani su un buon servizio per firmarlo lui.
[…]
Bernstein lanciò un’occhiata attraverso la sala. C’era un pilastro tra la sua scrivania e quella di Woodward, circa 8 metri più in là. Indietreggiò di qualche passo. Era chiaro che anche Woodward stava lavorando su quella storia. Logico, pensò Bernstein. Woodward era una prima donna, classico tipo che sa giocare le sue carte per fare carriera. Furbo. Università di Yale. Ufficiale di marina della riserva. Grandi parchi, soffici tappeti erbosi, cabine di lusso, campi da tennis, immaginava Bernstein: tutte cose che però probabilmente non bastavano a fare di Woodward un buon cronista quando c’era da fare un’inchiesta. Non era molto bravo a scrivere. In redazione correva voce che voce che l’inglese non fosse la sua lingua madre. Bernstein aveva piantato gli studi senza laurearsi. A sedici anni aveva cominciato a lavorare come fattorino al “Washington Star”, a diciannove era diventato cronista tempo pieno, e dal 1966 lavorava al “Post”. Aveva fatto il cronista giudiziario e seguito la politica locale, si era cimentato in qualche servizio-inchiesta, e gli piaceva scrivere lunghi pezzi di colore su personaggi della capitale dintorni.
Woodward sapeva che ogni tanto Bernstein recensiva concerti di musica rock. La cosa quadrava. Ma che a volte si occupasse anche di musica classica, proprio non gli andava giù. Bernstein aveva tutte le caratteristiche di quei giornalisti della controcultura che Woodward detestava. Per parte sua, era convinto che la rapida ascesa di Woodward al “Post” dipendesse, più che dalle sue doti, dalle credenziali che aveva come uomo dell’establishment.
Non avevano mai fatto un servizio insieme. Woodward aveva 29 anni, Bernstein 28″

Il gioco di Beppe

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“Sto girando la Sicilia inseguito dalle tv, dai cameraman: siete in onda su Piazza pulita. Vanno in giro con truppettine”. Urla così Grillo dai suoi show elettorali. Urla così, e giornali e tv ne scrivono, ne parlano.

Ogni giorno attacca un giornalista, un giornale. Ora fa i nomi, ma i suoi ci “tranquillizzano”: “A Floris e Gabanelli non accadrà nulla” (e vorrei anche vedere).

Giornalisti, rei di aver parlato male di lui o del movimento, rei di aver fatto domande.
Urla, strepita… mi ricorda Zio Paperone arrabbiato per aver speso 5 centesimi a pranzo.
“I giornalisti devono essere isolati” dice, “noi ricordiamo, poi faremo i conti“… lo urla e intanto ricorda che l’Italia è al 57esimo posto nella classifica sulla libertà di stampa.

Cosa succederebbe se nessuno lo seguisse, se nessuno raccontasse su stampa e tv il suo “Tutti a casa Tour”?
E’ un gioco che Beppe porta avanti dalle amministrative 2012: con i giornalisti non ci parla, in tv non ci vuole andare, anzi non vorrebbe che ci andassero nemmeno i suoi.. ma intanto tira un tranello: ogni giorno ne dice una (la mafia che non ammazza nessuno, ricordate?), ogni giorno insulta qualcuno, obbligando così l’informazione ad occuparsi di lui.
E le tv? Beh le tv sono così gentili che da dedicargli puntate su puntate di tutti i talk show. E il gioco è fatto.
Perché la rete sarà il futuro. Ma anche Grillo sa bene che per arrivare davvero a tutti il mezzo è la tv.

Sarebbe bello se bastasse non filarselo più, ribaltare il suo slogan: “a Fanculo, vacci tu”. Ma non si può, sarebbe non fare informazione per bene. E allora… beh allora lo si potrebbe almeno ridimensionare, un servizio durante la trasmissione, non una puntata intera. (Magari ci eviteremmo anche la visione del “mago Galbusera“)

 

P.S. Il riassunto del gioco in questione è: “Mamma, Ciccio mi pizzica” Pizzicami Ciccio, che mamma non vede

La neve, i sensi di colpa….

Like Alemanno
L’ho già detto che i Peanuts sono sempre la risposta?
A Roma il 9 e il 10 giugno si vota per il ballottaggio. Nella cabina ripensate anche a quel giorno di febbraio, quei 10 cm di neve e le scene di panico e tragedia. (Poi ci sarebbero i laghi nei giorni di pioggia, le buche che ti uccidono la schiena, i bus che non passano nemmeno se li paghi e quella bellissima sensazione di sicurezza che ti pervade in giro per la città)